Nemanja Cvijanovic / Dettaglio evento





Spritz Time!

Data di apertura sabato 20 ottobre 2007
Data di chiusura domenica 18 novembre 2007

Orari:
mercoledì-domenica, ore 10.30-17.30;

Comunicato della mostra : Spritz Time!

Artisti degli atelier della Fondazione

a cura di Milovan Farronato

Inaugurazione sabato 20 Ottobre 2007, alle ore 18.30 nella galleria di piazza San Marco, Venezia

La BLM continua e rinnova la sua attenzione verso i giovani artisti, parte della sua missione, per la quale da oltre cent'anni essa assegna atelier ai più meritevoli. La sede degli studi si trova da alcuni anni alla Giudecca, presso il complesso dei Santi Corame Damiano, in attesa del restauro della sede di Palazzo Carminati.

Quest'anno per la prima volta gli artisti selezionati nel 2007 hanno la possibilità di esporre il loro lavoro all'interno della galleria di piazza San Marco, con una mostra pensata per loro. A cura di Milovan Farronato, l'esposizione verrà promossa attraverso la pubblicazione di un numero speciale di "Mousse Magazine" che sostituisce il catalogo. Gli artisti della mostra sono: Giorgio Andreotta Calò, Nemanja Cvijanovic, Giuseppe Gonella, Brunno Jahara, Adriano Nasuti Wood, Giuliana Racco, Mario Tomè e il gruppo 6421.

Condividere esperienze a termine… come collezionare cartoline di amici non virtuali nel mantenuto riscontro esistenziale.
Sette giovani artisti e un collettivo hanno condiviso per dodici mesi gli studi della Fondazione Bevilacqua la Masa presso il Complesso Cosma e Damiano alla Giudecca. A ognuno il suo spazio, unitamente alla possibilità di innescare sinergie, dibattiti, confronti e conflitti, una serie di dinamiche egualmente riprese e celebrate da Spritz Time! mostra di giustapposizioni, innesti e collaborazioni. Un’occasione per brindare a un’esperienza conclusa evidenziandone le migliori germinazioni.

Nella sede di San Marco non una statica disposizione classica di stanze ed artisti isolati, ma un costante dialogo e nuovi e inaspettati equilibri. Non l’hortus siccus — erbario dai campioni inodori e insapori -- ma un’inedita wunderkammer, espressione eteroclita di un’Unica Esperienza formativa (artistica ed esistenziale) cui ognuno risponde offrendo la più vivace caratterizzazione.

Alla frenesia consumistica sotto vuoto di pezzi paradossalmente unici di Brunno Jahara risponde Nemanja Cvijanovic con l’horror vacui di maschere artigianali veneziane (apparentemente uniche) disposte regolarmente su una parete ricoperta da damasco rosso vivo musicate da Le Quattro Stagioni di Vivaldi. Entrambi i lavori, articolati in tre ambienti, leggibili quali inediti wall painting, o wall design. Una solo prospettiva visiva idealmente sposa i due interventi istallativi: l’uno diviene prospetticamente quadratura dell’altro. I disegni di Adriano Nasuti Wood si inseguono, si disperdono e concentrano divenendo un segno discreto che invade l’intera mostra. La quadreria dell’artista argentino dinamica ed eterogenea per scelte formali e installative include fulminee annotazioni mentali che compositivamente istoriano il muro come piccoli schizzi inchiodati alla parete; accostamenti di pensieri e immagini, di storie e geografie delimitati da una cornice materializzano volti ingigantiti da traumi storici e personali. Differentemente possono farsi preziosi camei esposti su congrue mensole o piccoli arredi che invadono lo spazio o cedere luogo a un’immagine in movimento o ad un’intervento sonoro. Anche questa, come le precedenti, è una modulazione dii un insieme definito dei “residui” visivi di Nasuti Wood. Mario Tomè mobilità il principio di autorialità, appropriandosi letteralmente del lavoro di un altro artista includendo nella sua installazione composita anche un ready-made di Giorgio Andreotta Calò, l’immagine di un Cristo di Limpias rinvenuto in una discarica veneziana implementata da una luce al neon. L’icona sacra fronteggia un quadro anni ‘70 recuperato nello Yemen raffigurazione di un drago quasi somigliante al Buddha. Accompagnato da un organo sgangherato (anch’esso recupero di fortuna) in una sinfonia monotonica, il visitatore è spinto a riflettersi in uno specchio sormontato dalla perentoria scritta “fare silenzio”, vivido ricordo dello stesso imperativo trovato dall’artista in un bunker della seconda guerra mondiale. Anche un lavoro di Giuliana Racco riporta un messaggio analogo. Su un biglietto da visita nero è annotato “Shhhh” in caratteri d’oro, come per dire forse “il silenzio è oro”. Ma l’assenza di rumori per chi è premio e per chi pericolo? Chi lo interpreta come prova di coraggio ed estensione dello spazio interiore, e chi invece lo qualifica come “omertoso”? Il lavoro di Racco circumnaviga da sempre il valore della parola, ma ora trasmette in questo invito e nella seguente immagine – la sacralità infranta di un calice d’orato aperto su una macchia nera di liquirizia – la sua negazione, il suo più totale annullamento.

Imperative sono anche le bagnanti di Giuseppe Gonnella. In una tela di ampie dimensioni il pittore veneziano combina memorie visive eterogenee: in una scena di genere registrata in una amena località balneare egiziana si materializzano figure femminile tetragone. Muscoli in trazione, pose militaresche sullo sfondo di un improbabile porto di Marghera permeato da un’atmosfera inquieta, surreale, cromaticamente siderale. Venezia è anche riflessa nella composita installazione di Giorgio Andreotta Calò. La scoperta di un luogo parzialmente abbandonato contraddistinto da una storia altalenante è stata la prima suggestione visiva per affrontare il tema della perdita e visualizzare il trascorrere inesorabile del tempo. Monumento ai Caduti – titolo del lavoro—è un detrito, il rifacimento in stile dell’ultimo destino della Scalera, sito nei pressi degli studi della Bevilacqua un tempo studios cinematografico e ora maceria.
La suggestione visiva della wunderkammer e la definizione d’insieme che impone dal punto di vista matematico una base sufficientemente definita, ma sussiste unicamente tramite il gioco di variabili e costanti, sono particolarmente adatte anche a circoscrivere l’intervento del collettivo 6421. I sei membri del gruppo, tutti egualmente variabili indipendenti, hanno preferito portare a Spritz Time! un lavoro ciascuno per rendere evidente quale il contributo dei singoli rispetto all’esperienza collettiva trascorsa: una mostra nella mostra.

Info: press@bevilacqualamasa.it; 041.5207797; fax 041.5208955

LO STUDIO D’ARTISTA
Testo critico a cura di Caterina Riva*

Cosa significa per gli artisti oggi avere uno studio: c’è ancora la necessità di un luogo fisico per la produzione creativa?
Gli affitti di spazi da adibire a studi sono impensabili per le generazioni emergenti di artisti italiani che spesso si arrabattano con gli spazi messi a disposizioni dalle scuole o accademie di appartenenza. In questo senso gli ateliers offerti annualmente per 12 mesi dalla Fondazione Bevilacqua La Masa di Venezia rappresentano una felice eccezione nel panorama artistico italiano. La sfida è che un sistema, nato per fornire una rete di supporto per una rosa di artisti del bacino locale, possa offrirsi come palcoscenico esteso della scena italiana e perchè no, internazionale.

Gli otto ragazzi scelti ogni anno da un’ apposita commissione, rappresentano l’intera gamma dello spettro delle discipline artistiche, dalla pittura all’installazione, dagli esperimenti sonori ai collettivi difficilmenti ascrivibili ad ogni classificazione.
Lo studio diventa dunque punto di incontro non solo di persone e di esperienze anche molto differenti, ma anche una commistione di pratiche piu’ legate all’idea e altre piu’ artigianali, realizzando così la profezia di un’ “officina creativa”.

All’inizio del 2007, Jens Hoffmann e Christina Kennedy hanno curato nella galleria pubblica di Dublino The Hugh Lane, una mostra dal titolo “The Studio”, incentrata sull’analisi del significato dello studio d’artista come luogo fisico e ideale di creazione, prendendo spunto dalla presenza nel museo dell’esatta ricostruzione dello studio che Francis Bacon aveva a Londra prima di morire.
L’artista Andrew Grassie come suo contributo alla mostra ha installato uno studio portatile dotato di scrivania e brandina, che usava ogni volta che si recava a Dublino e durante i soggiorni nel museo lasciava divertenti biglietti con messaggi rivolti al curatore Jens Hoffmann.
La temporaneità dunque come un’altra delle caratteristiche dell’occupazione di uno studio, qualcosa di decisamente dipendente dalla mobilità che caratterizza l’operare artistico contemporaneo. Una sorta di rifugio, di abitazione d’emergenza che pero’ possiede la certezza rassicurante dell’esserci.

A Dublino, era stato trasportato anche lo studio berlinese di Urs Fischer, con le sue creazioni insolite e sculture fangose. Ma qualcosa non funzionava: il perimetro era recintato e diventava altro nel momento in cui si impediva l’accesso negando così la prerogativa di attraversabilità e di uso che connotano uno studio. La museificazione che veniva a crearsi puzzava immediatamente di stantio e un sensazione di assenza si rendeva palese in tutte le stanze; a mancare era quella energia che solo la presenza dell’artista è in grado di sprigionare. Lo studio senza artista, non è piu' uno studio è solo una vestigia.

Proseguendo con questa idea un po’ alchemica di animazione e di energia sprigionantisi nello studio, bisogna citare il meraviglioso video del 1987 del duo svizzero Peter Fischli & David Weiss, “Der lauf der dinge”, ossia Il corso delle cose. In una reazione a catena ingeniosa e prolungata, lo studio dei due artisti a Zurigo, diventa il teatro di un esperimento di fisica, la videocamera segue scoppi, cadute, salti di diversi materiali che producono differenti reazioni a catena in base all’incontro con altri oggetti, in un avvincente effetto domino.
Bruce Nauman è stato tra i primi a sfatare la sacralità dello studio, realizzandovi alla fine degli anni Sessanta gli “Studio Films”. E’ del 1968 Stamping in the studio ma anche Dance or Exercise on the Perimeter of a Square, in cui l’atelier ereditato dal suo professore William T. Wiley è testato dal corpo e dalla gestualità dell’artista.

Quella di offrire residenze e studi è una pratica rodata, ad esempio, in Germania, Olanda, Gran Bretagna e Stati Uniti. Dei macroesempi in questo senso sono gli studi della Rijksakademie fur bildende kunst ad Amsterdam, le residenze DAAD a Berlino, Cubitt a Londra e le diverse tipologie di residenze offerte da istituzioni di diversa grandezza a New York. Gli esempi sarebbero infiniti e si differenzierebbero per lunghezza del soggiorno, per modalità di accesso, per numero di persone, ma tutti si premurano di assicurare per un periodo di tempo limitato uno spazio di lavoro.
Non si tratta di scuole per apprendere una tecnica ma sono professionalizzanti poichè permettono di affinare una ricerca, diventano eventualmente scuole di vita, in cui si impara moltissimo dalla coabitazione e dallo scambio con gli altri artisti che li occupano.

Nato come spazio inviolabile, dalle caratteristiche para religiose, oggi è spazio temporaneamente aperto al pubblico, una vetrina, un crocevia di incontri e di autopromozione. La declinazione dello studio si modifica con gli artisti e con l’uso che essi ne fanno. Come è fatto oggi uno studio d’ artista? Non c’è una risposta unitaria, ce ne sono tante quante sono gli artisti.

Si potrebbe paragonare lo studio per un artista a quello che per la borghesia rappresenta il salotto: la vetrina della casa, la proiezione di un'immagine, un biglietto di visita per i visitatori. Questo, soprattutto per i giovani artisti, è quello che si puo’ offrire nelle temute “studio visits”, quella strana pratica che rappresenta una sorta di seduta psichiatrica tra artista e curatore, fonte di ansia da entrambe le parti.
Dalla prospettiva di un curatore, le visite agli studi d’artisti si svolgono in un equilibrio instabile tra gentilezza e insicurezza, un instintivo adattamento psicologico e un po’ di fortuna. Gli studi sono sempre una sorpresa e una scoperta, si può anche aver visto dei lavori altrove o studiato il portfolio dell’artista prima di incontrarlo ma andare nel suo studio è sempre diverso: entrare in studio è un po’ come entrare nella proiezione fisica della mente di un'artista.
Alcuni di essi (gli studi) sono sporchissimi e apparentemente senza capo nè coda piu' magazzini che altro, altri sono pristinamente lindi e maniacalmente ordinati.
Succede anche in Giudecca, dove si trovano gli studi della Bevilacqua, andarci è come fare un tuffo nella mente dei ragazzi. C’è chi dipinge, chi ci dorme, chi la usa per animate discussioni, chi ne ha stravolto la struttura originaria.

Felicita Bevilacqua aveva già intuito più di 100 anni fa l’ importanza degli studi per giovani e rivolgendo la sua attenzione e risorse agli artisti locali, ha anticipato molte delle realtà oggi esistenti in Europa.
Ma le cose sono cambiate nella pratica e nel sistema artistico contemporaneo in un secolo: la sfida dunque è quella di restare al passo con i tempi, e non parlo solo di tecnologie ma di capacità di adattamento, di reinvenzione, di apertura, in un epoca in cui un computer portatile potrebbe di per sé rappresentare uno studio.

* È curatrice indipendente, iniziatrice del project space FormContent nell’Est di Londra, coordina il Corso Superiore di Arti Visive della Fondazione Ratti di Como. Collabora regolarmente con Mousse Magazine e ha scritto per Flash Art Italia e Kunstbulettin (CH).