Luana Perilli, l’artista più giovane tra i partecipanti alla Quadriennale, espone una complessa installazione, intitolata “Io non vorrei crepare (tutto è bene quello che non finisce mai)” dove un modesto salotto piccolo-borghese, capace con le sue piante e il suo arredamento dimesso di regalarci visioni d’antan, si anima grazie alla presenza di statue e busti marmorei, riproduzioni-souvenir di famose opere del passato, le cui bocche, videoproiettate, declamano la celebre e struggente poesia di Boris Vian, nella traduzione di Vittorio Gassman, che dà parzialmente il titolo all'opera. il contrasto è tra la natura, simulata in un ambiente domestico attraverso piante vere e finte, parati e complementi d'arredo che richiamano al mondo vegetale, e l'arte, o meglio il residuo che di essa resta negli spazi privati, con la sua volontà d'immortalità.
Dal testo della Quadriennale:
Dichiaratamente finto l’interno domestico costruito da Luana Perilli (l’impalcatura di legno che lo sostiene è a vista). Un’immagine frontale (set, scenografia) con carta da parati, moquette, un paio di mobili, piante da appartamento, mensole e alcuni souvenir: la Venere di Milo insieme all testa del David e alla Pietà di Michelangelo. Le statue ridotte alla dimensione di piccoli oggetti kitsch, animate da una videoproiezione, recitano la poesia di Boris Vian, Non vorrei crepare. Le loro labbra pronunciano stupefacenti desideri, assurde curiosità, sogni, volontà sorprendenti… >.
Daniela Lancioni
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